Tratto dal libro “I perplessi sposi” di Gian Ettore Gassani.



…”Quella dell’avvocato matrimonialista è la figura attualmente più delicata e complessa tra quelle forensi. Trattasi di un difensore completo che è costretto a districarsi nelle sabbie mobili del diritto, tra un ginepraio di leggi e orientamenti giurisprudenziali che quotidianamente dicono tutto e il loro esatto contrario. Spesso dietro una separazione si nascondono problematiche riguardanti altre discipline giuridiche (diritto penale, diritto del lavoro, societario, commerciale) e se un legale di questo tipo non possiede una visione poliedrica del diritto va letteralmente in tilt e il cliente rischierà di fare una brutta fine. Per formazione e per necessità quotidiana, il vero matrimonialista è abituato a confrontarsi con professionisti di altre discipline (psicologi, psichiatri, medici legali, pedagogisti, mediatori familiari). Quando si è in presenza di un grave conflitto coniugale il difensore farebbe bene a rivolgersi al consulente psicologo (o addirittura psichiatra) dello studio per capire come gestirlo. Occuparsi di famiglie, specie nella loro fase patologica, trasforma il matrimonialista in una sorta di pronto soccorso da chiamare in qualsiasi momento, come un’ambulanza per un’emergenza. Non so quante volte, a Ferragosto o a Natale, sono stato raggiunto sul cellulare da un cliente: «Avvocato, mia moglie non si è fatta trovare, oggi i bambini toccavano a me», oppure: «Avvocato faccia qualcosa, mio marito anche questo mese ha pagato l’assegno di mantenimento con una settimana di ritardo, dobbiamo denunciarlo».



Secondo la testa della gente, l’avvocato non avrebbe una vita privata, una famiglia, un cinema con i suoi figli: è un essere bionico, che non mangia e che non dorme. Insomma, il matrimonialista del libero professionista non ha niente. È un prezzo che costui paga volentieri per aver scelto una materia – una delle poche – in cui le doti umane prevalgono su quelle tecniche e in cui, soprattutto, ogni causa è diversa dall’altra. Ci sono avvocati che conoscono il diritto a memoria, studiano tantissimo, parlano e scrivono come libri stampati, ma quando li vedi all’opera in materia familiare sono come la benzina sul fuoco perché non possiedono esperienza né umanità. Con ogni probabilità sarebbero efficacissimi in un recupero del credito o in una vertenza di lavoro. Ma stiano alla larga dal diritto di famiglia.



L’arte principale del vero matrimonialista è scoprire la verità. Perché i clienti non la raccontano quasi mai oppure, nel migliore dei casi, la raccontano mescolandola sapientemente a bugie. La disgrazia per un avvocato è ritrovarsi al processo e capire che il cliente ha mentito soprattutto a lui.



Purtroppo non esiste ancora un codice deontologico ad hoc del matrimonialista. Quello in vigore è un codice deontologico generico e astratto valido per tutti i tipi di avvocato, del tutto insufficiente, spesso oggetto di eccessive interpretazioni in sede disciplinare. A causa di questa imperdonabile lacuna, non resta che osservare “norme non scritte” di deontologia professionale, dettate soprattutto dal buon senso e dall’esperienza.



A differenza delle altre branche giuridiche, il diritto di famiglia non può consentire la ricerca della “vittoria” a ogni costo. Si tratta di una materia delicatissima, in cui in gioco vi sono spesso i diritti di bambini (sprovvisti del loro avvocato di fiducia) che non possono difendersi dall’incurabile stupidità e cattiveria dei loro genitori. Ciò significa che il diritto di difesa nelle cause familiari è da ritenersi del tutto diverso da quello “classico”. È un diritto più nobile e affievolito. Che non può autorizzare un avvocato a calpestare diritti altrui o a stravolgere la verità, pur di “vincere” a ogni costo. Questa condotta professionale dimostra che dietro il professionista c’è sempre la qualità della persona. E quindi non c’è codice deontologico che tenga se chi lo deve rispettare è sleale.



Ecco perché il primo mediatore deve essere proprio l’avvocato. Purtroppo capita spessissimo che il cliente possa alimentare i sospetti più odiosi nei confronti del suo patrono se e quando quest’ultimo opti per una definizione indolore e civile della separazione. In tal caso meglio rinunciare all’incarico, tanto quel cliente prima o poi troverà il difensore pronto ad assumere le vesti di killer che fa per lui. Di sicuro il primo imperdonabile errore che un matrimonialista non deve mai commettere è sacrificare la propria libertà e sostituire la propria autonomia professionale e di pensiero con quella del cliente. È l’avvocato che deve decidere la strategia difensiva: prendere o lasciare. Non c’è nulla di più antideontologico per un legale che trasformarsi in un fantoccio del proprio assistito avallandone supinamente tutte le istanze, vendendo l’anima al diavolo per trenta denari. Ogni volta che un legale riceve il mandato in una separazione o divorzio dovrebbe sentirsi intimamente il difensore dei figli della coppia ed evitare di porre in essere strategie contro gli interessi di questi ultimi. Il formidabile ruolo sociale del matrimonialista deve inderogabilmente imporre questa condotta umana e professionale.



Purtroppo non tutti gli avvocati la pensano così, o meglio non tutti possono permettersi il lusso di essere autorevoli e disinteressati. Per cui, pur di non perdere il cliente, alcuni sono capaci di svendere la propria coscienza e diventare una sorta di clone dell’assistito facendosi coinvolgere emotivamente, oltre ogni razionalità, nella vicenda familiare. Invece il difensore ha il dovere di restare un tecnico freddo e sereno, mantenendo il giusto distacco rispetto al processo e all’emotività dei suoi clienti. Se si farà trascinare nella rissa diventerà il complice di tutto ciò che accadrà dopo. La gente diffidi – dunque – degli avvocati isterici, umorali e istintivi, quelli che urlano e dichiarano guerra al mondo pur di fare felici i clienti. Per risolvere questioni delicate come quelle familiari occorrono lucidità, riflessività e infinita prudenza, da non confondere con indecisione o pavidità.



I veri maestri dell’avvocatura ci hanno insegnato da sempre che il valore di un avvocato si misura anche dai casi che è stato disposto a non accettare pur di non tradire se stesso. Gli avvocati non sono tutti uguali e gli azzeccagarbugli esistono in tutte le professioni. Vige in qualche studio legale l’equazione “parcelle basse, coscienza zero” pur di accaparrarsi il maggior numero di clienti e di profitto. Di solito chi gioca al ribasso è l’avvocato “onnisciente”, l’incarnazione della presunzione e della irresponsabilità, che arraffando danari su mille fronti, può fare concorrenza sleale al collega che ha impostato tutta la sua carriera professionale in modo esclusivamente specialistico. La gente è stupidamente orientata a considerare onesto l’avvocato che chiede compensi da quattro soldi, come se la qualità del difensore fosse un dettaglio e come tale non degna di essere riconosciuta in termini economici. Si spendono cifre da capogiro senza batter ciglio per un matrimonio faraonico, viaggi e vacanze di lusso, mutui per la chirurgia plastica, ma si diventa tirchi per pagarsi l’avvocato in caso di separazione o divorzio, procedure in cui ci si gioca la vita. Ci sono casi in cui più di un legale tuttofare ha chiesto poche centinaia di euro per procedure difficilissime pur di prendersi il cliente. Un comportamento indegno e squalificante, che non ha nulla a che vedere con il libero mercato, ma semmai con l’imbarbarimento e il cannibalismo della professione forense. Non induce al sospetto l’avvocato che si svende per campare? Ci fideremmo a comprare una Ferrari nuova al prezzo di una minicar? Altra cosa sono gli inqualificabili eccessi di qualche legale che spara parcelle del tutto ingiustificate e non pattuite a danno del povero cittadino. Occorre, dunque, contrastare due fenomeni opposti che non fanno onore alla categoria degli avvocati: quello di coloro che pretendono quattro miserabili soldi per cause lunghe e delicate e quello di coloro che fanno gli strozzini con gli assistiti e chiedono parcelle da capogiro a cinque zeri. Sarebbe doveroso che l’avvocato pattuisca sempre per iscritto i propri compensi prima di ricevere il mandato, senza fare pericolose promesse di vittorie processuali sicure, perché i clienti detestano le illusioni che si trasformano in cocenti delusioni.



I tuttologi low cost sono per il diritto di famiglia come l’alcol su una ferita che sanguina, come lo zucchero per un diabetico, come elefanti inferociti in una cristalleria. In Italia ce ne sono tanti in tutti i campi, anche nell’avvocatura e nella magistratura. Specializzazione significa massimo risultato con il minimo sforzo e riduzione drastica dei margini di errore. Un giurista che si occupa di terreni contesi, può sentirsi pronto a trattare un abuso sessuale o un’aspra separazione giudiziale?



Eppure al giorno d’oggi lo specialista (più correttamente “l’esperto”) rischia di vedersi inghiottito da una realtà forense debole e disunita, soffocata dagli inciuci di corridoio e da invidie tra colleghi, dove è consentito a tutti fare tutto e dove la selezione avviene, si ripete, secondo logiche al “risparmio”. È indubbio che la causa di questo imbarbarimento della professione forense è dato da un sovrannumero che conta migliaia di illusi Perry Mason (circa 220.000, pari a dieci volte il numero degli avvocati francesi), senza alcuna selezione seria e senza alcun successivo reale controllo sul loro operato. Dovranno pur campare, la deontologia può attendere.



Invece di migliorare le cose, questa nuova ondata di fasulle liberalizzazioni delle professioni finirà per dare il colpo di grazia al mondo forense, senza per questo ridurre i poteri della casta. Lo Stato, dopo aver parcheggiato all’università milioni di giovani e aver dato loro un titolo facile, per stare a posto con la coscienza ha tirato fuori l’anarchia delle liberalizzazioni. Tranne che in Spagna, Paese molto simile al nostro, in nessun altro Paese d’Europa vi è stata tanta ipocrisia. I professionisti all’estero sono numericamente molti di meno rispetto a noi. Ben venga il libero mercato, ma con l’obbligo di fornire un servizio legale decente. In caso contrario dovrebbero scattare sanzioni penali molto incisive nei confronti dell’avventuriero di turno che ha rovinato persone o famiglie, perché dinanzi a certi disastri non c’è polizza assicurativa che tenga.



Ormai i giovani avvocati, sempre più soli e indifesi, inviano richieste e curriculum per essere assunti dagli studi legali anche come segretari o autisti pur di sopravvivere. Per aiutarli occorrerebbe formarli sul piano pratico sin dall’università. Invece ogni giorno riceviamo giovani laureati con 110 e lode e bacio accademico che fanno fatica anche a esprimersi correttamente.



Capita spesso di ricevere clienti che hanno perso la causa in primo grado e che chiedono aiuto per ricorrere in Appello o in Cassazione. Dalle carte che ci portano, il più delle volte, ci si accorge della grave approssimazione con la quale sono stati precedentemente difesi dal legale onnisciente. Alla domanda sul come mai si siano rivolti all’avvocato Tal dei tali, la risposta può essere: «Era un mio compagno di classe», oppure: «Me lo ha presentato un amico» oppure ancora: «L’ho scelto perché mi aveva fatto vincere una causa contro il condominio». La specializzazione aiuterebbe anche ad avere rapporti migliori con i colleghi. Quando due matrimonialisti veri sono uno contro l’altro, salvo eccezioni, una soluzione pacifica della disputa è più probabile. Ma se la controparte è difesa da un isterico “parafangaro”, abituato ai trucchetti avvocateschi, il pericolo che possa scatenarsi una tempesta in una tazzina di caffè è tutt’altro che ipotetico. Ecco perché da anni si auspica la creazione dell’albo dei matrimonialisti, cioè professionisti con un alto grado di specializzazione e la necessaria esperienza per entrare con umanità e preparazione nella vita privata degli altri senza fare ulteriori disastri. Molta gente sceglie l’avvocato famoso come se fosse uno status symbol al pari di una potente fuori serie da ostentare a tutti. Nulla di più sbagliato. La scelta del proprio difensore dovrebbe fondarsi sul vero e motivato rapporto fiduciario da costruire senza fretta prima del conferimento dell’incarico. Ci sono tanti bravi legali di provincia che, se messi nelle condizioni di lavorare, non sfigurerebbero certo al cospetto di quella “sporca dozzina” di matrimonialisti che va per la maggiore in Italia.”…



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