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Prestito Inpdap negato.

Già, una storia Gia, una storia paradossale ma vera, mi sono recato in qualità di dipendente statale ed iscritto all’Inpadp, nella sua Sede di Roma 1, per la richiesta di un prestito per matrimonio in qualità di patrigno, del mio figliastro. Essendomi sposato civilmente con mia moglie ed avendo avuto lei due figli con il precedente matrimonio, con sentenza di divorzio il giudice stabiliva a lei l’assegnazione di entrambi figli e quindi, il mio nucleo familiare legale dopo il matrimonio con lei era composto dal titolare, dal coniuge e due figli minori. Per cui, compilati i moduli, ho corredato gli stessi da una dichiarazione sostitutiva di certificazione che attesta la “relazione di parentela” richiesta dalla modulistica, nel caso in cui il soggetto della causa dell’evento e quindi mio figlio, non fosse più nel mio nucleo familiare e quindi nello stato di famiglia, avvenuto dopo circa venti anni di convivenza. A questo punto, la sorpresa o l’ignoranza da parte di chi ha elaborato la mia richiesta, in quanto la stessa mi veniva rigettata perché il patrigno non è una figura parentale dato che il “soggetto” non è mio figlio naturale ma figlio naturale di mia moglie e che la mia famiglia è una famiglia di “fatto” e non di “diritto”. Visti, con i limiti della mia intelligenza, gli articoli del Codice Civile, ho ritenuto doveroso chiarire con l’Ente erogatore del prestito che non vi è alcuna differenza legale tra il patrigno ed il padre naturale e che la relazione parentale è legittima. Inoltre, da quello che ho letto, non vi è alcuna differenza legale (diritti e doveri) tra un figlio naturale ed un figliastro. Per non parlare della famiglia di “fatto” che non centra nulla in quanto coniugato civilmente. Preciso, che l’Ente mi ha proposto di cambiare la motivazione e quindi ricevere la somma richiesta in quanto “pulito” da altre cessioni/finanziamenti e che sarei potuto ricorrere ad altre finanziarie o banche senza alcun problema. Pertanto, è scattata in me la fatidica parola del “principio” ed ho rifiutato la loro “pezza a colore”, in quanto io mi ritengo discriminato e di più lo è mio figlio (scusate figliastro), a cui ho rinunciato a tutto insieme alla sua mamma per la sua educazione, crescita ed istruzione. Oggi, lui è un affermato avvocato e quindi non vive più con noi ma non ho voluto rivolgermi a lui, per non mortificarlo e fagli sapere come ancora oggi l’ignoranza prevalga sui diritti e sulle leggi e calpesti i sentimenti delle persone. Andrò avanti perché ritengo che da parte dell’Inpadp ci sia stato un abuso d’ufficio nella trattazione della pratica forse con l’aggravante di chi è preposto a conoscere le Leggi e non lo fa a discapito di ignari cittadini. Grazie e scusatemi per la prolissità. Fernando

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