Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’editoriale di Maurizio Quilici, Direttore dell’ISP (Istituto Studi sulla Paternità) di Roma, con sede alla via Giovanni Ansaldo, 9. Quilici da anni si occupa con scrupolo e tanta serenità del valore della paternità. E’ un testimone dei costumi del nostro tempo, un riferimento nazionale anche per quanti si occupano di problematiche familiari e minorili. L’ISP (www.ispitalia.org) ha una sua prestigiosa rivista che raccoglie le testimonianze, i punti di vista, la giurisprudenza, connessi con la paternità e la bigenitorialità.
Un grazie a Maurizio Quilici per il suo impegno, con la speranza di poter pubblicare altri suoi editoriali.

LA REDAZIONE



BIGENITORIALITA’, CONCETTO E PAROLA


Nel mondo della famiglia c’è un parola nuova: bigenitorialità. Termine coniato nel corso dell’iter che ha portato alla legge 8 febbraio 2006, n. 54 sull’affido condiviso. L’importanza di questo termine è pari solo alla sua ovvietà. Che c’è di più ovvio se non affermare che un figlio ha due genitori, che è poi l’essenza del termine? Il concetto è però ben più significativo [articolato], perché a questa ovvietà fa seguire un corollario: la pari rilevanza e necessità di padre e madre – pur con le diversità di comportamento, di ruoli e funzioni che sono legate all’identità di genere – per un corretto, equilibrato sviluppo dei figli. A questo punto l’ovvietà di cui parlavo si riduce a un’ovvietà puramente biologica, che solo ora diventa anche psicologica e pedagogica, ma che non è mai stata storica. Presi come siamo dalle implicazioni (e applicazioni) giuridiche e giudiziarie del termine, non dimentichiamoci che storicamente e culturalmente questa nozione è un portato recentissimo e che nel corso dei secoli non è mai stata condivisa e applicata. La bigenitorialità (il concetto, ovviamente, non il termine) è stata sempre puramente generativa, biologica: Un figlio nasce con un padre e con una madre. Punto. Quando mai si è affermata – ma neppure sognata – una uguale importanza di padre e madre? Non certo nella Grecia classica o nella Roma antica. Specie in quest’tultima il concetto di patria potestas esprimeva un tale potere, una tale autorità da comprendere lo ius vitae et necis, ossia il diritto di vita e di morte sui figli, in alcuni casi realmente applicato, come quando Bruto fece fustigare e decapitare i suoi due figli colpevoli di aver forse cercato la restaurazione…… O come quando il console (?) Manlio Torquato condannò a morte il figlio, comandante della cavalleria, colpevole di aver attaccato battaglia contro il suo ordine. Prima della Storia greca e romana ci fu forse – per chi accoglie le tesi di Bachofen – una fase di ginecocrazia e di matriarcato; dunque anche in questo caso una “bigenitorialità” squilibrata.  Non molto diverso dal potere paterno della antica Roma quello dei padri del Medioevo e del Rinascimento. Quando parlo di potere del padre non mi riferisco solo all’esercizio di una potestà familiare, “privata”, ma ad un potere sancito, avallato (o viceversa scoraggiato) dal sistema delle leggi e dal costume sociale. Ben diverso era il potere paterno se le leggi gli consentivano di lasciare i suoi beni a chi voleva o gli imponevano l’istituto del maggiorascato (i beni di famiglia al parente più prossimo o al  figlio maggiore) o della primogenitura. Se il costume sociale trovava normale che fosse lui a decidere la professione dei figli ed anche se e con chi i figli dovessero sposarsi. E’ sul finire del Seicento e nel corso del Settecento che qualcosa cambia all’interno della famiglia: i rapporti sono a volte meno formali, il potere del padre è meno oppressivo, la madre pretende di dire la sua sul futuro dei figli non solo finché questi sono infanti o bambini. La Restaurazione che segue nell’Ottocento non è solo Restaurazione politica: è anche restaurazione nella famiglia. Mentre la Rivoluzione industriale allontana i padri dalla famiglia e fa cessare quell’elemento fondante dell’autorità che era la trasmissione del sapere, dell’arte o mestiere paterno, si cerca di riportare sul piedistallo quel padre che le ventate della Rivoluzione francese e il pensiero di Rousseau, Voltaire e tanti altri sembrano aver fatto vacillare. Altri due fenomeni di ampia portata nella prima metà del secolo scorso – i due conflitti mondiali, con milioni di padri al fronte e le madri costrette svolgere due ruoli in famiglia e ad affacciarsi al mondo del lavoro – preludono alla grande “rivoluzione” della seconda metà: i “nuovi padri”. Gli ultimi sviluppi sono storia recente: sono, per esempio, la legge 6 marzo 1987 n. 74 che introduce (nel modo grottesco che sappiamo) l’affidamento congiunto. E sono il movimento di opinione, nel quale si distinse il nostro Istituto, a favore di questa forma di affidamento. Lì non c’era ancora il termine  bigenitorialità, ma già c’era la sua essenza, il suo spirito, il concetto. La legge 8 febbraio 2006 n.54, una legge che nasce sulla spinta dei movimenti dei padri che della bigenitorialità hanno fatto la loro bandiera, chiude la nosta storia. Nemmeno lì appare quella parola, tuttavia  essa è ormai entrata nel linguaggio comune ed in quello della giurisprudenza, che con contraddittorie pronunce fatica a orientarsi nelle vischiose incertezze e oscurità della legge.


di Maurizio Quilici (Direttore ISP)

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