Avvocato Matrimonialista Milano - Roma - Gian Ettore Gasani

 


Da giorni non si parla altro che di questa possibile “svolta epocale” del nostro diritto di famiglia: il cosiddetto divorzio breve.


Un passetto avanti verso un minimo di civiltà giuridica e sociale indubbiamente è stato fatto. Almeno non è più un tabù parlare di accorciare i tempi per chiedere ed ottenere il divorzio dopo la fase della separazione. Ma brindare a questa  rivoluzione mi pare oltremodo rischioso ed intempestivo.


La partita è ancora tutta da giocare.


Si sa che su questi temi non si può mai essere sicuri di niente perché tutto si deve decidere nelle sedi parlamentari (spesso trasversalmente orientate a cambiare il meno possibile in materie impregnate di precetti religiosi).


Non dobbiamo dimenticare mai in quale Paese viviamo e chi davvero detta legge nelle nostre coscienze laiche.


Ricordate quando Prodi tirò fuori la storia dei DICO e dei PACS? Quando diceva che occorreva riconoscere diritti alle coppie di fatto? Quando parlava da “progressista”?


Ebbene dei DICO e dei PACS se ne è parlato per due settimane, poi tutto è stato improvvisamente “insabbiato” e Prodi non ne ha voluto più nemmeno sentire parlare…


Secondo Voi cosa è successo di tanto significativo alla base di questo “dietrofront” clamoroso di Prodi?


E’ evidente che la paura di cambiare le cose in Italia sia drammaticamente bipartisan.


Ed è certificato che ciò che decide la politica è  quasi sempre diverso o addirittura contrario rispetto al comune sentire del popolo.


Dunque aspettiamo con cautela ciò che accadrà in Parlamento e poi brinderemo al divorzio breve. Un po’ di cauta scaramanzia non guasta mai.


Se fosse introdotto il “divorzio breve”, come è a tutti noto, per le coppie senza figli basterebbe un anno di separazione per chiedere il divorzio e due anni per quelle con prole.


Sarebbe indubbiamente un passo vanti per il nostro martoriato diritto di famiglia.


Tuttavia questa riforma ha il sapore del classico compromesso all’italiana.


Perché chiamarlo “divorzio breve” quando invece tale riforma va a toccare i tempi della separazione?


Dal punto di vista tecnico dovremmo definire questa riforma “separazione breve”, semmai.


Tale confusione è inquietante sul piano politico. Si è scelto un termine fuorviante per illudere gli italiani.


Nessuno se la sente di chiamare le cose con il loro vero nome e nessuno affronta battaglie sociali per arrivare a rivoluzioni complete e definitive.


In pratica i sostenitori del “divorzio breve” (rectius separazione breve) continuano ad accettare la fase della separazione limitandosi a chiedere semplicemente che essa debba essere più “corta”. E’ questo il compromesso di fondo che non può essere accettabile.


Fermi i meriti di quanti in questi anni hanno lottato per questa riforma, emerge il dato che non si è cercato di affrontare il vero problema: abrogare la fase della separazione  tout court e non cercare di  trattare sui tempi della stessa.


La separazione in Italia esiste perché i coniugi separandi sono chiamati a “riflettere” sulla loro decisione prima del divorzio.


Lo Stato in modo paternalistico  ne fa una questione morale, tutt’altro che laica, partendo dal presupposto che i cittadini non siano in grado di autodeterminarsi in scelte così difficili come quella di dire basta ad un matrimonio senza amore.


La separazione è un principio sbagliato e superato dalle statistiche, dalla storia e dall’Europa.


Soltanto in Italia, Polonia ed Irlanda del Nord esiste e resiste ancora la separazione come processo autonomo e preliminare al divorzio.


In tutti gli altri paesi si divorzia direttamente in tempi rapidissimi e con costi per il cittadino e per i tribunali molto più accettabili.


Allora se il principio della separazione è sbagliato non può essere accettabile un compromesso. Né è giustificabile trattare per renderlo meno gravoso.


Ridurre i tempi della separazione significa riconoscere implicitamente la validità del principio e i principi o sono giusti o sono sbagliati e non sono una questione “di quantità ”.


Dunque se un principio è sbagliato, o se almeno non è condiviso, esso va risolto senza se e senza ma.


Se poi questo divorzio breve va inteso come una tappa intermedia per arrivare alla eliminazione della separazione le cose cambiano sebbene in parte.


Ma perchè la separazione  è un istituto da abrogare?


Vi spiego il mio personalissimo punto di vista.


1) Nel 98% dei casi chi chiede la separazione non  torna più indietro. Dunque è statisticamente provato in Italia (e nel mondo) che non ha alcun senso obbligare i cittadini a riflettere sulla loro privatissima scelta attraverso il limbo della separazione;


2) in Italia per ottenere lo stato libero occorre attualmente  sottostare a due distinti processi, separazione e divorzio,  con possibili fasi di appello e giudizi di legittimità, con tempi della giustizia e spese per i cittadini esorbitanti;


3) i tribunali italiani sono ingolfati di procedure familiari e il prodotto giurisdizionale è scadente. Se i giudici italiani si occupassero solo di divorzi la qualità della giustizia sarebbe notevolmente migliore e più veloce.


Oggi invece una coppia in crisi deve organizzare due processi, pagare due distinte parcelle, attendere anche dieci anni per ottenere lo stato libero in caso di rito contenzioso;


4) i tempi lunghi della giustizia causati dalle due procedure (separazione e divorzio) alimentano l’odio e i conflitti tra i coniugi a tutto danno dei figli, mentre è statisticamente dimostrato che la rapidità del processo limita  il livello del conflitto;


5) il cosiddetto “divorzio breve” ridurrebbe i tempi solo per le separazioni consensuali, mentre per le giudiziali i tempi non si accorcerebbero affatto in quanto, in caso di rito contenzioso, ai fini della proposizione della domanda di divorzio occorre che la sentenza di separazione passi in giudicato a nulla rilevando il ridotto termine previsto dalla legge per chiedere il divorzio.


E si sa che una sentenza definitiva, se si arrivasse in cassazione, può essere emessa anche dopo otto o nove anni.


Quindi il “divorzio breve” risolverebbe molto parzialmente il vero problema del diritto di famiglia italiano.


6) se non abroghiamo la separazione assisteremo sempre più al turismo divorzile italiano di cittadini che vanno all’estero per divorziare. Negli ultimi sei anni circa 8000 coppie italiane  si sono rivolte alle giurisdizioni straniere per ottenere direttamente il divorzio lampo,  valido ed efficace in Italia a tutti gli effetti.


 


Lo so, vi sembrerà strano che proprio un avvocato proponga riforme in danno del proprio “portafogli”.


E invece, come sempre e come è in tutto il mondo, le vere svolte partono sempre dall’avvocatura.


Tante proposte di riforma sono nate dagli studi degli avvocati e in particolare dell’AMI.


Oggi tutti parlano di:


patti prematrimoniali (l’AMI ha depositato presso il Senato la propria proposta), di Tribunale per la Famiglia (abbiamo organizzato negli anni vari convegni ed un congresso), di mediazione familiare ante causam, della Pas e di inasprimento delle sanzioni nei confronti del genitore alienate (abbiamo organizzato due congressi nazionali)….


come se avessero scoperto l’acqua calda.    


Ovviamente parlo a titolo personale, ma so di non essere il solo a sognare un nuovo diritto di famiglia per il nostro Paese.


Se l’avvocatura vuole riappropriarsi del proprio autorevole e millenario ruolo sociale  deve aspirare ad una giustizia più giusta.


La gente molte volte condanna la nostra categoria perché ci considera complici del sistema. Dobbiamo dimostrare che non è così. Anzi non c’è peggior nemico per noi avvocati che il sistema che vuole comprimere il nostro ruolo.


Negli altri paesi europei gli avvocati sono molto più rispettati perché sono davvero intellettuali liberi e al fianco delle istanze della gente.


I cittadini vanno ascoltati e difesi non solo nelle aule di giustizia, ma soprattutto nelle importanti rivoluzioni culturali.


E’ sempre stato così.


Confesso di essere stanco di sentire gente disperata.


Vorrei espletare la mia nobile professione forense in un Paese migliore e per migliorare le cose occorre partire dalla autentica tutela dei diritti delle persone.


Il resto viene molto dopo.


 


                                                     Gian Ettore Gassani


                                      Presidente nazionale dell’AMI – ROMA


 


 


 


 


 

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